Tributario 
Reati tributari: responsabile per i reati fiscali l’amministratore subentrante che non controlla la contabilità

04.10.2018

La responsabilità per i reati tributari è, di norma, attribuita all'amministratore pro-tempore, individuato secondo le norme civilistiche, che rappresenta e gestisce l'ente e, quindi, chi assume la carica di amministratore va ad accettare volontariamente anche le conseguenze che possono derivare da pregresse inadempienze. Di conseguenza, come ribadisce la sentenza n. 40152/2018 della Cassazione Penale, il nuovo amministratore che subentra nella carica ha l'onere di verificare la contabilità, i bilanci e le ultime dichiarazioni dei redditi, perché qualora ciò non avvenga sarà chiamato a rispondere del reato di omessa presentazione della dichiarazione fiscale, di cui, per l'assenza di tale preventivo controllo, deve ritenuto responsabile quantomeno a titolo di dolo eventuale.

Il tema della responsabilità penale del nuovo amministratore societario per violazioni tributarie è già stato affrontato più volte dalla Cassazione, quale con orientamento ormai consolidato, afferma da tempo che il soggetto che subentri ad altri nella carica di amministratore (o anche liquidatore) di una società dopo la presentazione della dichiarazione di imposta e prima della scadenza del versamento, senza compiere il previo controllo di natura puramente contabile sugli ultimi adempimenti fiscali, risponde dei reati previsti dal d.lgs. n. 74 del 2000 (Cass. Civ., sez. III, 9 febbraio 2018, n. 6220; Cass. Civ., sez. III, 18 agosto 2015 n. 34927; Cass. Civ., sez. III, 4 giugno 2014, n. 38687; Cass. Civ., sez. III, 9 ottobre 2013, n. 3636).

Il principio è stato affermato in particolare con riferimento ai reati di cui agli artt. 10-bis e 10-ter del d.lgs. 74 del 2000: trattasi, con riferimento a tali illeciti di soluzione presumibilmente obbligata per ragioni di opportunità, giacché laddove si ritenesse che il nuovo amministratore non risponde dell’omesso versamento dell’imposte allorquando l’inadempimento sia ascrivibile alla condotta del precedente dirigente che ha abbandonato la carica lasciando la società in condizioni patrimoniali tali da non poter adempiere le obbligazioni fiscali, diventerebbe agevole l’aggiramento di tale obbligo bastando che prima della scadenza del termine per il pagamento delle imposte vi sia un avvicendamento nella gestione della società, sicché del mancato versamento delle tasse non risponderebbe né il precedente né il nuovo amministratore.

Nella decisione in commento, la tematica è invece esaminata con riferimento al diverso reato di omessa dichiarazione.

Da un lato, in relazione a tale illecito non paiono esservi ragioni che possono condurre ad escludere una responsabilità penale del nuovo amministratore, posto che – diversamente da quanto potrebbe ipotizzarsi con riferimento al mancato versamento degli acconti I.V.A. e delle ritenute d’acconto – in tale circostanza non si può riscontrare alcuna circostanza di forza maggiore che impedisca all’amministratore subentrante di porre in essere la condotta dovuta, che consiste in un mero adempimento formale, senza che debbano versate somme all’erario.

D’altro canto, però, è ipotizzabile che il soggetto che assume, nel corso dell’anno, la qualifica di amministratore non sappia che, nella reggenza del precedente dirigente, la società avesse ottenuto ricavi e profitti tali da determinare l’insorgenza dell’obbligo di presentare la dichiarazione fiscale (e peraltro è proprio questa la tesi sostenuta dalla difesa nel caso deciso con la pronuncia in questione).

Proprio su quest’ultimo profilo si sofferma la decisione in epigrafe, che dichiara infondate le ragioni avanzate dall’imputato a sua discolpa. La Cassazione afferma che il reato di omessa dichiarazione è punibile anche a titolo di dolo eventuale, atteggiamento soggettivo che deve ritenersi sussistente quando il nuovo amministratore, senza aver preventivamente accertato se nel corso dell’anno la società da lui gestita avesse o meno maturato ricavi, ometta comunque consapevolmente di esercitare i doveri impostigli dalla legge in tema di presentazione delle dichiarazioni fiscali nel termine di legge, accettando così il rischio che, anche a causa della sua condotta omissiva, venga ad integrarsi il delitto di cui all'art. 5, d. Igs. n. 74 del 2000.

Nel dolo eventuale, infatti, si considerano voluti non solo i risultati che l'agente abbia posto come fine ultimo dell'azione, ma anche quelli che sono previsti quale conseguenza del proprio comportamento e ciò avviene non solo ogni qualvolta tali risultati appaiono certi, ma altresì quando appaiono probabili, e, nelle parole della Corte Suprema, “nel caso di specie, non solo era probabile ma era assolutamente certo che la condotta dell'imputato (non potendo certo essere ritenuta scusabile per essersi limitato a chiedere, senza successo, al precedente amministratore, i documenti amministrativo-contabili, atteso che questi, a fronte dell'inerzia del precedente amministratore, avrebbe potuto/dovuto presentare denuncia nei confronti dello stesso), avrebbe determinato la compiuta integrazione del delitto di cui all'art. 5 citato”.

La decisione infine si segnala per una precisazione che compare al termine della motivazione, laddove opportunamente la Cassazione afferma che “la responsabilità penale [del nuovo amministratore che subentra al precedente], tuttavia, … impone il ricorso a parametri valutativi diversi nel caso di eventuali contestazioni di reati dichiarativi che non si risolvano nell'omesso versamento di tributi o nell'omessa presentazione delle dichiarazioni fiscali, in quanto in tali casi l'illecito non è parimenti individuabile con la medesima immediatezza e, quindi, in tale caso per l'incriminazione dell'amministratore subentrante dovrà necessariamente provarsi, oltre ogni ragionevole dubbio, anche la sua conoscenza delle violazioni contabili e fiscali commesse in precedenza”.

In proposito, secondo la giurisprudenza, entrambi i soggetti rispondono dell’illecito nel caso in cui entrambi fossero consapevoli della mendacità delle fatture, mentre laddove solo l’amministratore cessato dalla carica sia consapevole della falsità, che non viene portata a conoscenza del successore, il reato si perfezionerà sempre con la presentazione della dichiarazione ma dell’illecito risponderà, quale “autore mediato” ed ai sensi dell’art. 48 c.p., solo il primo amministratore avendo egli tratto in inganno il suo successore ed avendolo così indotto a presentare una mendace comunicazione all’erario (in senso contrario però Cass. civ. sez. III 27 aprile 2012, n. 23229, in Mass. Uff. n. 252999, secondo cui “non risponde del reato di cui all’art. 2 d. lgs. n. 74 del 2000, nemmeno a titolo di tentativo, l’amministratore di una società il quale, dopo aver acquisito e registrato una fattura per operazioni inesistenti, sia cessato dalla carica prima della presentazione della dichiarazione fiscale per la cui redazione la medesima fattura venga poi utilizzata dal suo successore”).

 

(fonte cedam)

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